La letteratura alieutica a Taranto

La letteratura alieutica a Taranto

Esiste a Taranto una tradizione letteraria alieutica che ha trasmesso il patrimonio culturale di usi abitudini e arte del pescare di tante generazioni di pescatori che dal nostro mare, così ricco e popolato di tante varietà di pesci e molluschi, hanno tratto risorse e sostentamento?

Giovangualberto Carducci, nel suo intervento al Webinar “Nei Mari di Taranto”, organizzato dalla Fondazione Michelagnoli per celebrare la Giornata Europea del Mare 2021, sottolinea come non esista in età moderna a Taranto una Letteratura Alieutica in senso proprio, ma piuttosto un’attenzione alieutica nei principali scritti di storia municipale che si sono susseguiti nei secoli.

Gli studi storici sulla pesca nei mari di Taranto trovano il loro capostipite in Giovan Giovine, tardo-umanista tarantino che per primo, nel 1589, ricostruendo le antiche origini di Taranto nella sua opera storiografica “De Antiquitate et varia Tarentinorum Fortuna”, di ben otto libri, dedica il II capitolo del IV libro a “la pesca assidua dei tarantini”. L’aggettivo scelto, “assidua”, evoca immediatamente l’idea di un mare in cui la pesca si pratica con profitto senza soluzione di continuità nell’intero anno solare.

Lo stesso Giovan Giovine precisa che non intende trattare di tutti i generi di pesci, della loro varietà né dei loro condimenti, ma solo elencare, mese per mese, quali pesci sono catturati nei mari di Taranto. Sviluppa perciò una trattazione della pesca tarantina e delle sue caratteristiche a scansione temporale: da gennaio a febbraio ostriche, rana pescatrice, la razza, l’aquila di mare e poi mitili e patelle, gamberi e grancevole, ghiozzi, sgombri, spigole, aguglia, persico, menole. A marzo, aprile e maggio i tonni, il grongo, la murena, l’anguilla, le alici, i polpi, le cicale, i ricci di mare, i fragolini. E poi i palàmiti, e le merule, il tordo, l’ombrina e l’abbondanza di muggini e di mormore. E a giugno e luglio orate, sarde, cernie. Ad agosto i cefali di cui Giovine cita la furiosa passione del maschio per la femmina che ne facilita la cattura. E infine da settembre a dicembre la sogliola, l’occhiata, l’orata, la boga, le perche, i dentici, sarde e saraghi, triglie, polpi, calamari e seppie. E dice che ci sono infiniti altri generi di pesci non conosciuti. Giovine, infine, oltre a esaltare la pescosità straordinaria dei mari di Taranto, insiste sull’abilità dei pescatori di cui fa un grande elogio.

In seguito, 25 anni dopo, nel 1614 il frate Bonaventura Morone dedica ai suoi concittadini il poema agiografico in esametri latini “Cataldadios ad cives suos” in sei libri, per narrare le vicende biografiche del santo patrono Cataldo che, di ritorno dalla Terra santa, approda a Taranto. In questo quadro, nella parte iniziale del IV libro il Morone indugia sulla pesca nei mari di Taranto e sulla straordinaria abbondanza di pesci da cui lo stesso S. Cataldo rimane colpito. L’agiografo mette in evidenza che, quando getta la sua rete in mare, il pescatore tarantino torna sempre con la barca carica di pesci: è un pescatore solerte, paziente, intelligente e sempre attento a studiare le abitudini dei pesci per poter adattare la più efficace strategia di cattura.

Il punto di svolta nella tradizione letteraria alieutica locale è segnato dal poeta arcade Tommaso Niccolò d’Aquino, che nel II libro delle Deliciae Tarentinae (anch’esso in esametri latini) si rifà alla pesca assidua dei tarantini descritta da Giovan Giovine, e dal suo commentatore Cataldantonio Carducci Artenisio, nobile tarantino, curatore della prima edizione del poema del d’Aquino, nel 1771. Il Carducci, che dedica ben 16 anni al Commentario alle Delizie Tarantine con assidui contatti col naturalista calabrese padre Antonio Maria Minasi (che lo avvia alla classificazione linneana), commenta e traduce in ottave gli esametri del d’Aquino, senza una organizzazione sistematica ma con una trattazione che riflette, in chiave esegetica, il testo poetico. Così, solo per fare un esempio, nella lunga trattazione della palamita, il Carducci ne rivendica l’appartenenza a una specie diversa da quella dei tonni, dice che i palamiti sono compagni dei tonni e sviluppa tutta una articolata serie di notizie volendo trattare dei pesci tipo, genere, economia, vita e lunghi viaggi. Rispetto alla tradizione pregressa, con il Carducci Artenisio c’è, dunque, un salto netto perché ora nell’opera di impianto letterario si innesta una istanza scientifica propria della migliore cultura illuministica. 

Nel solco aperto dal Carducci Artenisio si inseriscono i contributi ottocenteschi di Giovambattista Gagliardo e Domenico Ludovico De Vincentiis. Il Gagliardo sintetizza l’opera del Carducci e organizza il tema della pesca e dei pesci secondo un criterio topografico, dicendo cosa e con quali tecniche si pesca nei diversi siti dei due mari tarantini. Il De Vincentiis nel 1878 comprime ulteriormente la materia senza praticamente aggiungere nulla di nuovo, che non sia la cattura di una balena avvenuta l’anno precedente. 

A valle del commentario del Carducci Artenisio, parallelamente al filone tradizionale prende corpo anche il più specifico filone conchigliologico-malacologico con l’arcivescovo tarantino Giuseppe Capecelatro, autore di due scritti, il primo (1780) largamente tributario del Carducci, il secondo (Memoria dei testacei classificati secondo il Linneo, 1782) di cui probabilmente il vero autore è il citato padre domenicano Antonio Minasi. 

Negli anni successivi compaiono gli scritti conchigliologici di Tommaso Valentini, rimasto inedito, e di Domenico Solito che nel 1843 e nel 1845 pubblica due contributi specifici, il secondo dei quali reca la descrizione delle conchiglie dei mari di Taranto. Nel complesso, comunque, anche questa tradizione malacologica locale sette-ottocentesca, per quanto noto, replica senza particolari novità i contenuti del commentario del Carducci Artenisio.

Nel campo degli studi alieutici tarantini la virata si ha ai primi del ‘900 con l’avvio di una trattatistica scientifica ad opera di Attilio Cerruti nell’ambito delle attività del locale Laboratorio Demaniale di Biologia marina fondato nel 1914. Con Attilio Cerruti, alla lunga lista di scrittori e specialisti contemporanei, ad occuparsi di alieutica tarantina si aggiungono Pietro Parenzan e da ultimi, nel 2012, Nicola Gigante con il suo lessico marinaresco tarantino corroborato dagli apporti di natura zoologica di Michele Pastore. Parallelamente la tradizione letteraria specifica locale si rigenera e si carica di una prevalente connotazione etnografico-memorialistica: in questo ambito vanno annoverati gli scritti di Augusto Semeraro, Giacinto Peluso con il libro “Nei Mari di Taranto” edito dalla Fondazione Michelagnoli nel 2001, e del maestro d’ascia e di storia marinaresca Cataldo Portacci. 

 


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