Biodiversità e specie aliene

Biodiversità e specie aliene

Anche se al termine alieno preferisce il termine non-indigeno (“perché alieno sembra quasi non appartenere a questa terra”), il prof. Francesco Mastrototaro, nel suo intervento al Webinar “Nei Mari di Taranto”, organizzato dalla Fondazione Michelagnoli per celebrare la Giornata Europea del Mare 2021, comincia col dare alcune utili definizioni.

La biodiversità, dice Mastrototaro, è l’insieme di tutte le forme di vita geneticamente dissimili presenti sulla terra e degli ecosistemi ad esse correlati. Salvaguardare la biodiversità implica preservare gli ambienti in cui queste specie vivono.

Una specie aliena è una specie introdotta dall’attività umana in una regione geografica al di fuori del suo areale naturale.

Tutte le specie però tendono normalmente a diffondersi ed è la velocità con cui si diffondono che permette alla comunità ricevente di integrarle, assimilarle e naturalizzarle. Se la velocità di diffusione di questa specie è alta l’ambiente ricevente non la riconosce e ha bisogno di tempo per naturalizzarla.

La specie è un gruppo di individui , con un patrimonio genetico comune, che condivide una medesima linea evolutiva ed un proprio destino storico, nello spazio e nel tempo. L’areale è l’area occupata dalle specie in maniera non effimera, cioè in tutti i suoi momenti biologici : dall’area in cui vivono all’area in cui migrano e alle rotte migratorie. Quindi è un’unità dinamica in continua evoluzione con la specie stessa che le occupa; dipende dalla mobilità della specie e può essere continuo o discontinuo oppure disgiunto.

L’areale storicamente occupato dalle specie, cioè l’area in cui la specie si è evoluta, viene detto areale primario e quello in cui la specie si è diffusa successivamente, spontaneamente o grazie all’intervento umano, è detto areale secondario.

Le specie si muovono attraverso corridoi ecologici come una sorta di autostoppisti involontari trasportati da un capo all’altro del nostro pianeta in tempi brevi, ad esempio nelle acque di zavorra di una nave o nel bagagliaio di un aereo oppure incrostando le chiglie delle imbarcazioni.

Tra le specie aliene possiamo citare alcuni casi emblematici come la zanzara tigre, il punteruolo rosso, l’Aithantus altissima (albero del paradiso), il pesce scorpione, la Caulerpa cylindracea, molto abbondante nel mare di Taranto.

Quando una specie arriva in un nuovo ambiente a volte riesce a sopravvivere senza riprodursi oppure sopravvive e si riproduce stabilmente oppure si riproduce con successo causando danni ambientali ed economici e destabilizzando il sistema ricevente.

In quest’ultimo caso si tratta di specie pioniere ad elevata valenza ecologica, capaci di sopportare condizioni di alterazione e degrado ambientali. Cioè di specie con elevata potenzialità riproduttiva, con un lungo periodo riproduttivo ed elevata fecondità. Inoltre non sono riconosciuti dall’ambiente ricevente e non hanno nemici naturali nel luogo di intromissione, mancando parassiti e predatori, perché le risposte della comunità ecologica ospitante sono più lente del trasporto di specie esercitato dall’uomo.

E’ il caso a Taranto dell’ Arquatula senusia, una piccola cozza che poi è rientrata nella normale catena alimentare.

Tra le vie di arrivo di questa specie pioniere c’è da un po’ di tempo una nuova via di ingresso che è il plastic drift, zattere galleggianti che si aggiungono alle zattere naturali, come tronchi, foglie di palma, noci di cocco o altri elementi. Il traffico navale poi facilita ulteriormente l’arrivo di queste specie attraverso le acque di zavorra ricche di organismi, larve e cisti del luogo di provenienza. C’è infine l’acquacoltura, la pesca sportiva e l’acquariologia a costituire altre vie di ingresso, cui si è aggiunta l’apertura del Canale di Suez, una vera e propria autostrada del   mare di ben 193 km che congiunge le regioni indo-pacifiche al Mediterraneo attraverso il Mar Rosso. Realizzato da De Lesseps nel 1869 ha dato il nome alle specie (lessepsiane) che hanno trovato questo corridoio di passaggio.

Le invasioni biologiche hanno successo in ambienti instabili, stressati, dove le specie aliene prendono il sopravvento sulle specie indigene più indebolite da fattori di disturbo e instabilità ambientali. Occorre perciò preservare gli ambienti con comunità biodiversificate e forti per dare meno spazio alle specie alloctone.

Le conseguenze sono danni ecologici ed economici dovuti alla rottura dei delicati equilibri che caratterizzano l’ecosistema ricevente, alla perdita di biodiversità con dominanza dell’invasore e banalizzazione generale della flora e della fauna, alla perdita di specie indigene di valore economico e alle interferenze delle nuove specie con gli impianti costruiti dall’uomo.

Nei Mari di Taranto gli ambienti sono naturalmente instabili per l’immenso traffico navale, commerciale e militare; per i numerosi impianti di acquacoltura che sono il passaggio per molte specie e perché il mar Piccolo è un bacino semichiuso poco profondo, influenzato da apporti idrici di acque dolci, forte stagionalità, impatto antropico dovuto alla presenza del polo industriale.

Tutto questo ha favorito l’introduzione e la stabilizzazione di tante specie aliene.


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