I Mari di Taranto in Biblioteca

I Mari di Taranto in Biblioteca

Un interessante incontro-dibattito alla Biblioteca Acclavio di Taranto sul patrimonio mare tutto da riscoprire

 
L' incontro-dibattito tenutosi il 20 aprile 2016 presso la Biblioteca “Acclavio” e dedicato a "I mari di Taranto: un patrimonio storico turistico economico da riscoprire" ha offerto una originale visione della marittimità tarentina.
 
L'Ammiraglio Fabio Caffio, Presidente della Fondazione Michelagnoli, autore de I mari di Taranto. Il Golfo, il Mar Grande, il Mar Piccolo (2014), ha ricordato come la "Regina dello Jonio", fondata dai coloni spartani navigando sull'antica rotta tra la Grecia e la Japigia,  sia strettamente legata al mare. 
 
Taranto è infatti incastonata sulla sommità del Golfo omonimo in una strategica posizione centrale che ne fa l'anello di congiunzione tra la costa salentina e quelle della Basilicata e della Calabria. Inoltre, Il Golfo è, oltre a Mar Grande e Mar Piccolo, un terzo mare di Taranto, che inizia a Santa Maria di Leuca e termina a Capo Colonne, con spiagge incontaminate, zone marine protette, approdi, torri costiere e fari. I suoi fondali, che dalle Secche di Ugento e dal pescoso Banco di Amendolara sprofondano sino a 2.000 metri tra valli e canyon sottomarini, costituiscono ancora oggi l'habitat dei delfini così cari agli abitanti della Magna Grecia d 'averne fatto un emblema monetario.
 
 
 
 
 
 
 
Morfologia fondali Golfo di Taranto (Fonte CERN)
 
 
 
 
 
 
Gli altri due mari sono, per parte loro, l'essenza della Città: tramonti impareggiabili, navi mercantili e da guerra alla fonda, impianti portuali civili e militari tra i maggiori del Mediterraneo, cantieri e arsenali, giardini delle cozze, sorgenti d'acqua dolce (i citri) che sgorgano in mare, rive cariche di storia, pesci e frutti di mare in abbondanza (nei secoli passati soggetti a tutela biologica) caratterizzano Mar Grande e Mar Piccolo.
L'intervento, è stato dedicato dall'Amm. Caffio ai mitilicoltori (i cozzaruli) che di Taranto  esprimono l'anima più vera, perché non vengano dimenticate le radici di quella Città che con ammirazione uno storico romano diceva " ... fondata dai Lacedemoni, in antico capitale della Calabria, di tutta la Puglia e della Lucania, nobile per grandezza delle mura e del porto e mirabile per la posizione ... "
 
L'Ammiraglio Francesco Ricci, Curatore del Castello Aragonese ha trattato il tema del     “Il castello aragonese a difesa dei mari di Taranto” evidenziando come la storia del monumentale castello sia intimamente intrecciata con la storia marittima della Città. Nelle varie epoche l'antica fortificazione bizantina costruita sui resti di strutture magno gheche, poi fortezza normanno-sveva-angioina ed infine castello edificato dagli Aragonesi  tra il 1487 e il 1492 secondo i progetti grande architetto senese Francesco di Giorgio assolse egregiamente la sua funzione di difesa dell'abitato e della piazzaforte. Le fortificazioni del XV sec. ebbero elevate qualità estetiche ma una validità militare piuttosto effimera a causa del rapido progresso dell'artiglieria. Gli spagnoli, come ricorda G.C. Speziale nella sua sempre valida Storia militare di Taranto negli ultimi cinque secoli, che succedettero agli Aragonesi nel 1502, ampliarono la struttura progettando anche di costruire, dopo la battaglia di Lepanto, una base navale fortificata da collocare più o meno nell'attuale sito del Borgo. 
L'Amm. Ricci ha sottolineato che l'importanza del  Castello fu intuita dai Francesi durante l'occupazione napoleonica ed infine divenne, con l'Unità d'Italia, grazie alle intuizioni di Cataldo Nitti sul ruolo strategico-mediterraneo di Taranto, il perno della difesa strategica del Canale navigabile, della base navale e dell'Arsenale. 
 
 
Prospetto del Castello prima della  demolizione nel 1883, per l'allargamento del canale,  delle strutture settentrionali.
 
 
 
 
Il Prof. Antonio Basile, Direttore del Museo Etnografico Alfredo Majorano ha incentrato il suo intervento su   “Il mare e le tradizioni popolari  a Taranto”. In apertura il Prof. Basile ha tributato il suo omaggio a Cataldo Portacci, autore di Memorie di un Tarantino verace (2015), e cultore della memoria delle tradizioni marinare tarantine. Di particolare interesse, ha detto il Prof. Basile, è la sua descrizione della pesca del filaccione e del gherlino, comunemente nota come pesca del concio ('u cuenze); Cataldo Portacci è infatti uno di quei personaggi che meritano particolare  attenzione, in quanto espressione di quella memoria orale, che merita di essere salvaguardata e valorizzata. Quanto agli usi e costumi della gente di mare,  gli studi ha sottolienato il Prof. Basile,  non abbondano. Solo il La Sorsa si è sforzato di indagare il mondo dei pescatori, per questo il contributo di Portacci (allievo di Giacinto Peluso) con il suo libro è di rilevo importanza, così come è indispensabile riscoprire gli scritti di Bonaventura Morrone  (Cataldiade), di Padre Niccolò Giannettasio, autore di una famosa Alieutica in Taranto, che vide la luce nel 1689 e di Tommaso Niccolò d’Aquino, che in quegli stessi anni lavorava alla sua opera Deliciae Tarentinae. 
Autori che hanno saputo trattare poeticamente un mondo affascinante e meraviglioso, come quello del mare. Le loro muse furono dei semplici pescatori. Nella stesura della sua opera, infatti, Padre Niccolò Giannettasio, si avvalse della preziosa collaborazione di un tal Carluccio Spadaro, “pescatore peritissimo, morto decrepito, il quale, perch’era assai melenso nell’abito, e nel portamento i suoi compagni lo avevano soprannominato Scanfuglio”. Il d'Aquino invece, si servì di un tal Pallone, o sia Marco Solito, “versatissimo e vecchio pescatore, ed insieme di un tal Bisconti, o sia Vito Lorenzo Spadaro, fratello del predetto Carluccio. Grazie all’Aquino apprendiamo che il pescatore più rinomato nella Taranto della seconda metà del Seicento era senz’altro Onofrio Raganiello (Dorila lo chiama il nostro poeta, nella sua Deliciae tarentinae) “pescatore di tutta esperienza, e probità di vita, scrive il Carducci, tanto che in età d’anni circa 70 lasciò di sè lodevol memoria; e il suo teschio sino a questi ultimi tempi si è conservato sull’Oratorio della Confraternita del Crocifisso, quasi religioso monumento. Costui era l’unico nell’età dell’Aquino che sapesse l’arte di pescare nel seno del Citrello”. Il Prof. Basile ha infine ricordato che la vita dei pescatori tarantini è ben documentata nelle sale del museo etnografico “Alfredo Majorano”, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti della ritualità magica e religiosa.
 
 

 

 

 


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