La protezione dei cetacei nel diritto internazionale

La protezione dei cetacei nel diritto internazionale

Sintesi dell’intervento di Tullio Scovazzi tenuto al Workshop “Capodogli e delfini dei nostri mari” (Taranto, 30 settembre 2016)

di Tullio Scovazzi

Sintesi dell’intervento tenuto al Workshop

“Capodogli e delfini dei nostri mari” (Taranto, 30 settembre 2016)

 

 

I cetacei e, in particolare le balene, possono essere considerati animali emblematici per le implicazioni biologiche, ambientali, morali ed emotive che il problema della loro protezione comporta.

Già nel 1925, nel corso dei lavori preparatori per un tentativo di codificazione del diritto internazionale, il giurista argentino León Suárez mise in evidenza la necessità di impedire l’estinzione di alcune specie di balene, poste a rischio da una caccia eccessiva e da alcune innovazioni (arpioni esplosivi, navi-officina). Gli Stati si sarebbero dovuti accordare per proteggere “le ricchezze del mare” e per considerarle “patrimonio dell’umanità”.

Nel 1931 fu concluso un trattato per la regolamentazione della caccia alla balena. Questo non eliminò il rischio di estinzione di alcune specie, sia perché alcuni Stati balenieri non parteciparono al trattato, sia perché alcuni armatori cambiarono la bandiera alle loro navi, scegliendo quella di Stati non parti, sia perché i controlli ad opera degli stessi Stati parti non erano adeguati.

Oggi, diversi trattati sono applicabili alla protezione dei cetacei, che spesso figurano nelle liste di specie in pericolo allegate ai trattati stessi.

Più in generale, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Montego Bay, 1982), lascia impregiudicato il diritto degli Stati o dell’organizzazione internazionale competente di proibire, limitare o regolare lo sfruttamento dei mammiferi marini in modo più rigoroso di quanto previsto dalle altre norme della convenzione stessa. Questo fa sì che gli Stati possano adottare misure di protezione dei mammiferi marini, senza essere tenuti a perseguire l’obiettivo del loro sfruttamento ottimale, come invece sono tenuti a fare nel caso delle altre risorse marine.

La Convenzione internazionale per la regolamentazione della caccia alla balena (Washington, 1946) fu conclusa da quindici Stati balenieri, al fine di conservare le balene e, in questo modo, assicurare il loro sfruttamento razionale. La Convenzione istituì la Commissione Baleniera Internazionale (IWC), che si riunisce ogni anno e ha il compito di adottare le misure tecniche per regolamentare la caccia. Tali misure, che sono adottate alla maggioranza di tre quarti degli Stati votanti, sono incluse nella tabella allegata alla Convenzione.

Vi sono però due evidenti lacune nella Convenzione: ogni Stato parte può fare un’obiezione alle misure adottate dalla IWC e, in questo caso, non è vincolato alle misure stesse; ogni Stato parte può rilasciare, a sua discrezione, permessi per catturare balene “a fini di ricerca scientifica”.

Oggi gli Stati parti alla Convenzione sono ottantanove e includono una maggioranza di Stati che hanno cessato la caccia alla balena o non l’hanno mai praticata. Questi Stati hanno fatto in modo che la IWC adottasse un divieto di caccia alla balena a fini commerciali a partire dalla stagione 1985-1986. La moratoria è applicabile ancora oggi, malgrado l’opposizione della minoranza di Stati balenieri (Giappone, Islanda, Norvegia e altri Stati appoggiati finanziariamente dal Giappone).

La mancanza di un’intesa tra la maggioranza e la minoranza ha determinato una persistente clima di conflittualità all’interno dell’IWC e la prosecuzione di attività di caccia a certe specie di balena da parte degli Stati balenieri, che si avvalgono o del diritto di obiezione (Islanda e Norvegia) o delle catture a cosiddetti fini scientifici. Nel 2014 la Corte Internazionale di Giustizia, decidendo in una controversia tra Australia e Giappone, ha concluso che i permessi per caccia a fini di ricerca scientifica accordati in passato dal Giappone non erano conformi agli obblighi derivanti dalla Convenzione. Ma questo non ha impedito al Giappone di annunciare una nuova campagna di caccia a fini scientifici.

Sul piano regionale, esistono due trattati conclusi ai fini della protezione dei cetacei di cui l’Italia è parte. L’Accordo sulla conservazione dei cetacei del Mar Nero, del Mare Mediterraneo e dell’area atlantica contigua (Monaco, 1996; detto ACCOBAMS). Questo trattato, tra l’altro, vieta qualsiasi tipo di “cattura” deliberata di cetacei, intendendosi per cattura, anche l’uccisione e il disturbo di tali animali, e obbliga gli Stati parti a cooperare per la creazione di una rete di aree marine protette ai fini della conservazione dei cetacei. Nelle loro riunioni periodiche, le parti di ACCOBAMS hanno adottato numerose risoluzioni che riguardano temi attinenti alla protezione dei cetacei dai rischi che li minacciano (collisioni con navi, rumore sottomarino, ingestione di plastica, reti derivanti e altri attrezzi di pesca, ecc.). Nel 2013 le parti di ACCOBAMS hanno adottato una procedura non contenziosa, che mira a verificare, facilitare e promuovere l’adempimento degli obblighi derivanti da ACCOBAMS. La procedura può essere attivata anche dalle organizzazioni non governative che abbiano un rapporto di partenariato con ACCOBAMS.

Con un Accordo concluso a Roma nel 1999, Francia, Italia e Monaco hanno istituito un santuario per la protezione dei mammiferi marini (santuario Pelagos) in un’ampia area situata tra le coste continentali e le isole di Corsica e Sardegna. Il santuario è stato inserito nella lista di aree marine protette d’importanza mediterranea, prevista dal Protocollo sulle aree specialmente protette e la diversità biologica nel Mediterraneo (Barcellona, 1995).

Un simile percorso potrebbe valere per l’istituzione di altre aree aventi l’obiettivo della protezione dei cetacei nel Mediterraneo (ad esempio, nel Golfo di Taranto).


Stampa   Email

Ti potrebbe interessare anche...