La difesa del mare per la conservazione dell'ambiente marino

La difesa del mare per la conservazione dell'ambiente marino

di Matteo Baradà

Istituito con legge 31 dicembre 1982 n. 979 con il compito di organizzare e gestire una rete di osservazione dello stato delle acque marine ed un sistema di vigilanza sulle attività marittime ed economiche, anche oltre il limite esterno delle acque territoriali, per la prevenzione degli inquinamenti e l'intervento in caso di loro verificarsi, l'Ispettorato Centrale per la Difesa del Mare ha avuto assegnati altresì dal legislatore il coordinamento delle attività di ricerca e soccorso in mare, già operativamente svolto dalle Capitanerie di Porto, e la gestione diretta delle aree di riserva individuate nella legge stessa.
Da ultimo, la legge 28 febbraio 1992 n. 220 recante ulteriori interventi per la difesa del mare ha ulteriormente ampliato le competenze dell'Ispettorato, recentemente trasferito al Ministero dell'Ambiente, affidandogli fra l'altro la realizzazione e la gestione di un sistema coordinato a livello nazionale per il controllo, la sorveglianza e la gestione da terra della navigazione marittima nelle zone costiere e nei porti a maggior traffico al fine della sicurezza e protezione dell'ambiente marino. Proprio il trasferimento dell'Ispettorato Centrale per la Difesa del Mare al Ministero dell'Ambiente, avvenuto in occasione della soppressione del Ministero della Marina Mercantile, rappresenta un'occasione unica per sottolineare la relazione fra individuo ed ambiente; l'esigenza cioè che l'uomo sappia vivere "il mare" senza degradarlo o degenerarlo, sviluppando non solo la conoscenza di quest'ambiente peculiare ma altresì prendendo coscienza dei limiti di interazione con esso.

Si tratta oggi di far crescere e diffondere nel nostro Paese la cultura marittima, oltre che assicurare, per quanto possibile, la prevenzione, il controllo e la riduzione degli inquinamenti del mare, verificando che l'uso delle risorse del territorio marino costiero sia compatibile con la tutela degli ecosistemi che proprio in tale fascia sono più sensibili. La supremazia dell'uomo sulla natura deve essere finalizzata a favorirne la crescita anche attraverso l'ambiente: inteso questo non come strumento di dominio, ma di promozione dell'essere umano. Così resta evidente che quando si parla di mare, di risorse marine, di ambiente marino, il pensiero vola innanzitutto a coloro che dal mare traggono le fonti di sussistenza: dai marinai ai pescatori, questi ultimi veri e propri "monitori" del mare.

L'uomo ha per troppo tempo confidato ciecamente e irrazionalmente che la natura, con le sue ferree leggi, potesse trovare in sè la forza di rimediare al turbamento dell'equilibrio da lui stesso causato con la sua attività. E' stato parzialmente così fintantoché i guasti dell'uomo o gli interventi sull'ambiente sono stati limitati per estensione e per oggetto. Fino a quando, cioè, la rivoluzione industriale prima e quella tecnologica poi, con il progredire della conoscenza chimica e delle materie, grazie alla stessa inventate, hanno evidenziato la difficoltà di continuare a fare affidamento esclusivo sulle capacità di autodepurazione del mare. Non si intende demonizzare il progresso, ma sottolineare come, spesso, con il progresso si pongano problemi che devono essere presenti: così è per la sempre più intensa navigazione marittima, per il sempre più consueto sfruttamento della piattaforma continentale sommersa e per lo sviluppo eccezionale della motonautica da diporto; fattori questi che rappresentano fenomeni di grande impatto sugli ecosistemi marini.

Si parla molto di razionalizzazione delle attività di pesca, di limitazione dello sforzo di pesca, di valutazione della capacità di prelievo sulla biomassa esistente. Sono tutti progetti estremamente importanti per la categoria dei pescatori, al fine di assicurarne i redditi, ma è altresì importante garantire l'ambiente marino, per quanto possibile, dall'impatto negativo delle attività economiche e commerciali, in quanto queste finiscono innanzitutto per gravare proprio sulle attività primarie come quelle di pesca rimaste sostanzialmente inalterate. Quanti hanno a cuore la protezione dell'ambiente marino e delle sue risorse contro ogni tendenza al degrado e al depauperamento sanno che bisogna resistere ad ogni tendenza di profitto immediato, per favorire l'instaurarsi di una nuova mentalità non solo fra i pescatori, ma fra quanti operano sui mari: un atteggiamento cioè che sia responsabile nei confronti degli interessi presenti e futuri della comunità.

E' doveroso, quindi, educare al rispetto del mare, richiamando l'attenzione su quanto effimero e transeunte sia ogni vantaggio che, a breve o medio termine, comporti un danno per il mare, vero e proprio patrimonio della collettività. Cultura dell'ambiente significa operare perché l'uomo sappia godere senza danneggiare, fruire senza distruggere; moderando la sua azione e rinunciando a qualche immediato beneficio per assicurare la conservazione di quei beni che altrimenti potrebbe pregiudicare irrimediabilmente. Significa, in altri termini, ripudiare le opzioni offerte dallo sviluppo economico che risultino negative in quanto ecologicamente dannose; perché tali opzioni non sono solo asociali, ma antisociali. Alle future generazioni non può lasciarsi un'eredità tanto pesante sul mare senza almeno un messaggio di speranza: un messaggio teso ad invertire una tendenza consumistica e materialistica. Ogni qualvolta si manchi di dare la dovuta attenzione alla difesa delle risorse dell'ambiente marino, si agisce nel massimo disprezzo della vita e a tutto danno dell'umanità intera, in quanto la politica ambientale soprattutto nel mare non ha frontiere; ciò lo si comprende facilmente se si pensa al mare e all'indivisibilità dell'idrosfera, al di là di teoriche linee tracciate su carte nautiche.

Il problema ambientale si pone oggi, sostanzialmente, come problema di interesse generale; ciò vale tanto a livello locale e regionale, quanto a livello nazionale e internazionale. Ne è testimonianza l'Anno Europeo per la Conservazione della Natura 1995 in cui si colloca anche l'iniziativa di questa pubblicazione per la quale non può che gioire chiunque abbia a cuore il destino dei nostri mari. Al riguardo è doveroso ricordare che lo Stato italiano, per posizione geografica e sviluppo delle coste, è intimamente collegato al mare Mediterraneo. Come si è ricordato all'inizio, l'Ispettorato Centrale per la Difesa del Mare si occupa non solo della tutela dell'ambiente marino e della difesa del mare e delle coste marine dall'inquinamento, ma altresì è chiamato a promuovere e valorizzare la politica di conservazione delle risorse marine impegnandosi per l'istituzione delle riserve marine individuate dal legislatore o da individuarsi ad opera della Consulta del Mare, massimo Organo di stimolo e consulenza per la politica di tutela del mare.

Ai sensi dell'art. 1 della legge 979/82, così come modificato dall'art. 2 della legge 349/86, resta oggi affidato al Ministero dell'Ambiente il compito di provvedere, di intesa con le Regioni, alla formazione del Piano di difesa del mare e delle coste marine dall'inquinamento e di tutela dell'ambiente marino valido per tutto il territorio nazionale, tenuto conto dei programmi statali e regionali, anche in materie connesse, degli indirizzi comunitari e degli impegni internazionali. Tale Piano deve pertanto contenere, in via concreta, non solo l'individuazione nel mare e nel territorio costiero delle situazioni ambientali meritevoli di tutela e riqualificazione, ma una prima individuazione delle azioni che il Ministero dell'Ambiente intende intraprendere - per quanto di sua competenza esclusiva - e i criteri di riferimento e coordinamento per le azioni delle altre Amministrazioni.

Nell'ambito della stesura del Piano, che si spera possa riprendere il suo corso ora che l'Ispettorato Centrale per la Difesa del Mare è transitato al Ministero dell'Ambiente, mantengono quindi rilievo essenziale le "azioni da compiere sul demanio" e le azioni conoscitive sullo stato attuale del mare, del demanio e della fascia costiera; tutte azioni, queste ultime, richieste in via specifica dalla stessa legge n. 979 del 1982. L'art. 26 della legge 979/82, così come modificato dal punto 9 dell'art. 2 della legge 8.7.1986 n. 349 e oggi dalla legge 24.12.1993, n. 537, prevede che, sulla base delle indicazioni contenute nel Piano di cui all'art. 1 della legge 31.12.1982, n. 979 e in conformità agli indirizzi di politica nazionale di protezione dell'ambiente, i provvedimenti istitutivi delle riserve marine siano adottati con decreto del Ministero dell'Ambiente d'intesa con quello del Tesoro.

Gli articoli 31 della legge 979/82 e 36 della legge 394/91 hanno indicato, in prima applicazione, n. 46 aree di reperimento da assoggettare ad indagini per l'eventuale istituzione di misure di protezione e precisamente: – Golfo di Portofino; – Cinque Terre; – Secche della Meloria; – Arcipelago Toscano; – Isole Pontine; – Isola di Ustica; – Isole Eolie; – Isole Egadi; – Isole Ciclopi; – Porto Cesareo; – Torre Guaceto; – Isole Tremiti; – Golfo di Trieste; – Tavolara/Punta Coda di Cavallo; – Golfo di Orosei/Capo Montesano; – Capo Caccia/Isola Piana; – Isole Pelagie; – Punta Campanella; – Capo Rizzuto; – Penisola del Sinis/Isola di Mal di Ventre; – Isola di Gallinara; – Monti dell'Uccellina - Formiche di Grosseto - Foce dell'Ombrone e Talamone; – Secche di Torpaterno; – Penisola della Campanella e Isola di Capri; – Costa degli Infreschi; – Costa di Maratea; – Penisola Salentina (Grotte Zinzulusa e Romanelli); – Costa del Monte Conero; – Isola di Pantelleria; – Promontorio Monte Cofano - Golfo di Custonaci; – Acicastello - Le Grotte; – Arcipelago della Maddalena; – Comune Spartivento - Capo Teulada; – Capo Testa - Punta Falcone; – Santa Maria di Castellabate; – Monte di Scauri; – Monte a Capo Gallo - Isola di Fuori o delle Femmine; – Parco Marino del Piceno; – Isole di Ischia, Vivara e Procida; – Isola di Bergeggi; – Stagnone di Marsala; – Capo Passero; – Pantani di Vindicari; – Isola di San Pietro; – Isola dell'Asinara; – Capo Carbonara; lasciando altresì, alla Consulta del Mare, la facoltà di individuare ulteriori aree marine di particolare interesse naturalistico per le quali proporre l'adozione di misure conservative.

Per le prime 20 aree e alcune altre, la Consulta del Mare, sostenuta dall'Ispettorato Centrale, ha effettuato o sta effettuando, con l'ausilio di Istituti scientifici, Laboratori ed Enti di ricerca, dettagliati studi in base ai quali proporre l'istituzione della riserva o del parco marini. All'Ispettorato Centrale per la Difesa del Mare spetta, quindi, di assicurare il raggiungimento delle finalità istitutive di ciascuna riserva marina, avvalendosi, per la vigilanza, delle Capitanerie di Porto competenti per territorio e, per l'eventuale gestione, di una Commissione di riserva costituita presso le medesime. Il quadro normativo è dato dal titolo V della legge 31.12.1982, n. 979, così come modificata dalla legge 8.7.1986 n. 349 e, da ultimo, dalla legge quadro sulle aree protette del 6.12.1991 n. 394, pubblicata sul S.O. della G.U. 13.12.1991, n. 83. Già grazie al combinato disposto dell'art. 15 della legge 14.7.1965, n. 963, e dell'art. 98 del relativi Regolamento di esecuzione 2.10.1968, n. 1639, si è avviata in Italia una politica di conservazione della fauna e della flora marine fin dagli anni '70; cioè ancor prima dell'entrata in vigore della legge n. 979 del 1982 sulla difesa del mare. Le disposizioni recate dal titolo V di quest'ultima legge, confermate dalla legge quadro sulle aree naturali protette del 6.12.1991, n. 394, devono però essere riportate nel quadro di quanto disposto dall'art. 1, che introduce norme programmatiche e di indirizzo politico concernenti l'attuazione della politica "intesa alla protezione dell'ambiente marino e alla prevenzione di effetti dannosi alle risorse del mare".

Attualmente, le citate norme a livello nazionale e la Convenzione RAMSAR, concernente le zone umide di importanza internazionale, resa esecutiva nel nostro ordinamento con D.P.R. 448/76, nonché il protocollo sulle aree protette, adottato nell'ambito della Convezione di Barcellona e ratificato con legge 15.3.1985, n. 127, rappresentano gli strumenti cui fare riferimento per l'istituzione e la gestione delle riserve marine. Le finalità di una riserva marina possono distinguersi in conservative, scientifiche o educative, a seconda che si considerino prevalenti i diversi aspetti: – della protezione dell'area ritenuta di particolare interesse per le caratteristiche naturali, geomorfologiche, fisiche, biochimiche, con particolare riguardo alla flora e alla fauna marine e costiere ivi insistenti; – della ricerca e dello studio di particolari ambienti naturali; – dell'educazione ambientale e dell'amore per il mare anche attraverso la promozione della conoscenza diretta degli ambienti marini e della vita che li anima. In questo senso, le riserve marine costituiscono vere e proprie mostre permanenti dell'ambiente naturale, divenendo in prospettiva meta obbligata dei programmi di educazione scolastica ambientale. Nelle aree destinate a riserva marina devono essere rigorosamente disciplinate le attività di pesca e la navigazione commerciale e da diporto, ma ciò mai a detrimento delle tradizionali attività o delle abitudini di vita delle popolazioni residenti.

Al contrario, attività turistico-educative e scientifiche possono svilupparsi in modo considerato compatibile e, quindi, disciplinate dall'Ente gestore della riserva. In particolare, i pescatori residenti nell'area dovrebbero trarre sempre beneficio dall'istituzione di una riserva, che diviene, in sostanza, una zona biologica protetta proprio a loro favore, restando esclusi dalla medesima i pescatori non residenti. Essi per questo sono però chiamati ad una rinuncia per quanto attiene all'area di riserva integrale, generalmente assai limitata e che in sostanza rappresenta una zona di ripopolamento biologico naturale. La riserva marina viene, infatti, suddivisa in distinte zone soggette ad un differente regime di tutela e gestione, in considerazione delle attività preesistenti. La suddivisione si articola in: – zona di riserva integrale; – zona di riserva generale; – zona di riserva parziale. La zona di riserva integrale è, generalmente, un ambiente ben definito e molto ristretto, ove è proibita qualsiasi attività di sfruttamento o uso produttivo dell'ambiente marino. Il visitatore della riserva può accedervi solo per autorizzazione dell'Ente gestore, per motivi scientifici o didattici, in visite guidate organizzate dall'Ente stesso. La zona di riserva generale comprende le aree marine corrispondenti a coste non interessate a insediamenti abitativi. In tali aree la pesca locale tradizionale si svolge in modo razionale con un calibrato sfruttamento delle risorse ittiche.

Il visitatore della riserva vi trova l'ambiente ideale per escursioni subacquee e vi può esercitare la pesca sportiva con lenza. La zona di riserva parziale corrisponde alla parte di mare circostante i centri abitati ove sono consentite tutte le attività non in contrasto con le finalità di una riserva. Essa rappresenta il centro della vita sociale della riserva stessa; ospitando musei, mostre e quant'altro possa necessitare per agevolare al visitatore l'accesso e la fruizione della riserva marina. Oggi la perimetrazione delle aree di riserva integrale viene assicurata con boe di segnalamento, mentre si sta considerando la possibilità di un sistema di telesorveglianza a distanza da terra.

Finora sono state istituite le riserve marine di Miramare (Golfo di Trieste), affidata in gestione al WWF; di Ustica, affidata in gestione al Comune di Ustica; delle isole Tremiti; dell'Isola Ciclopi; delle Isole Egadi; di Capo Rizzuto e Torre Guaceto; queste ultime affidate alla gestione diretta dell'Ispettorato che si avvale delle Commissioni costituite presso le Capitanerie di Porto competenti per territorio e composte anche con rappresentanti degli Enti locali, Comuni e Regioni; nonché delle categorie interessate. Sono state inoltre formalizzate dalla Consulta del Mare le proposte per l'istituzione delle riserve marine di: – Porto Cesareo; – Penisola del Sinis/Isola di Mal di Ventre; – Punta Campanella; – Portofino; mentre sono state adottate misure di salvaguardia per alcune isole minori dell'Arcipelago Toscano e della Maddalena, ai sensi di quanto previsto dalla legge 349/86, così come integrata dalla legge 59/87 (Montecristo, Giannutri, Capraia, Budelli, .......). In conclusione, proprio perché "il mare è la vita", per le popolazioni rivierasche conservare il patrimonio costiero e marino nella sua integrità non può assumere l'aspetto di una rinuncia alla sua fruizione.

Si tratta, quindi, di operare per uno sviluppo sostenibile delle attività ivi presenti in modo da fruire ragionevolmente delle risorse naturali, bilanciando la presenza umana con il rispetto degli ecosistemi naturali. A tal fine, non può farsi esclusivo affidamento nelle istituzioni pubbliche, nel mondo scientifico e della ricerca, ma bisogna che tutti siano coinvolti, operatori e cittadini, utenti del mare, a cominciare dai pescatori per finire al turista balneare. Solamente una crescita di sensibilizzazione e di responsabilità verso il mare può assicurare positivi risultati nell'azione di difesa di questo elemento così prezioso per la vita. Si tratta, infatti, di conseguire l'obiettivo di coniugare economia ed ecologia nell'interesse della collettività, operando un salto di qualità non solo nello sfruttamento delle risorse marine ma per la sana fruizione del mare nell'impiego del tempo libero.


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