L'Olio di Pesce Sciorge

L'Olio di Pesce Sciorge

Il mio primo impatto con l'olio di “pesce sciorge” fu nel pronto soccorso del vecchio (antico!) ospedale della SS.ma Annunziata di Taranto

(quello sito al centro della città, alle spalle di via d’Aquino): mi portarono, negli anni cinquanta, un bambino della città vecchia... un bambino della città vecchia con dei segni di escoriazione della cute del capillizio biondo allo stato sanguinante: un violento e nauseabondo puzzo proveniva da quel bel bimbo, e si trattava di irrancidimento in stato avanzato.

Subito mi accorsi che il capillizio era infestato da pidocchi biondi in gran copia, ma dopo che gli avevo auscultato il torace appoggiando l'orecchio alla cute (per inciso, anch'io fui colpito da iniziale pediculosi diagnosticatami da una mia collaboratrice infermiera!). La facile diagnosi fu implementata dalla constatazione, non solo dei pidocchi, ma anche dalla irritazione cutanea procurata dall'irrancidimento del medicamento usato al domicilio del bambino dalla applicazione, sulle lesioni da grattamento, del famigerato “olio di pesce sciorge”. 

Da quella esperienza nacque la mia curiosità sulle virtù di quell’unguento “miracoloso” usato dai cataldiani del borgo antico, non solo per ottenere (ancora oggi) la guarigione delle ferite, ma addirittura per rendere meno traumatizzante la “prima notte” da sposa delle giovani (faceva parte, la bottiglietta di olio rossiccio, del corredo verginale, unitamente alla bottiglia di “vov”, marsala all'uovo, noto ricostituente mascolino).

Ancora appresi che il prezioso olio esisteva anche in versione purificata (l'olio bianco) e da assumersi per via orale, per la cura del bruciore di stomaco e altre gastropatie, unitamente all'assunzione di corpi delle “cozze patedde” dette anche “munacedde” per il loro contenuto di mucillagine protettiva delle pareti gastriche. E ancora: notizie sul pesce sciorge le ho apprese dal mio consulente per gli usi e costumi tarantini, il sig. Mario Farina, che mi ha erudito sui pesci, non solo quello “sciorge” bensì su quello “vacca”, che ha dimensioni maggiori, ma entrambi fornitori di olio dal fegato, sottoposto, come dice Giacinto Peluso nel suo libro, edito dalla “Fondazione Ammiraglio Michelagnoli” di Taranto, nel 2001 dal titolo “Nei Mari di Taranto”: il metodo di estrazione è misterioso, anche se si tratta di una estrazione a caldo “segreta” (si sottopone il fegato alla ebollizione per lunghe ore e si estrae un liquido oleoso rossiccio).

Giacinto Peluso dice anche che “oggi (2001) il prodotto è introvabile”, ma siamo in grado di affermare che l'olio di “pesce sciorge” si è sempre prodotto e venduto o regalato da privati; a questo proposito il mio amico Mario Farina mi ha riferito, qualche giorno addietro, che egli ne possiede una confezione in bottiglietta (ancora perfettamente conservata e utilizzata alla bisogna familiare) fornitagli da un famoso “tognarule” e “cuzzarule”, jangele a'sonnambule (per il suo aspetto facciale sognante!) che lo estraeva anche dal pesce vacca, etichettato come appartenente alla famiglia degli squali e le cui carni venivano vendute al trancio e consumate arrostite all'aperto, in quanto la carne era molto impregnata di grasso. inoltre, come mostrano le foto che corredano queste notarelle, delle quali una fornitami dal giornalista e scrittore di cose tarantine Nicola Caputo e l'altro da me eseguita, nell'ottobre 2005, alla “marina” di Taranto vecchia, in cui si può leggere non solo il prezzo di una bottiglietta a 5 euri, bensì la traslitterazione non adeguata di quel “sciorge”, che del resto è anche una denominazione, alto-tarantina, genitalica!

La prima foto, quella di Nicola Caputo, si riferiva ad un banchetto di una spelonca della salita della “ringhiera” di Taranto vecchia, mentre la mia foto si riferisce ad un negozio di frutta e verdura ove ho potuto vedere gli esemplari rossicci, ma non l'olio di pesce sciorge “bianco”, che sarebbe stato fornito prontamente perché reperibile altrove. ”Sciorge” è sinonimo di topo o sorcio; il nome scientifico del pesce è “Coelorhyncus coelorhyncus” per il Pesce sorcio; per il Pesce topo il nome è “Hymenocephalus italicus” (entrambi appartenenti ai macruridi).

Il professor Cosimo Sebastio (cattedratico emerito della facoltà di veterinaria dell'università di Bari e valentissimo promotore di cultura marina e di zoologia, specie nell'ambito protezionistico dei delfini, di prossima attuazione a Taranto) in un suo testo accademico, citato da G. Peluso, classifica il primo pesce come Pesce sorcio, mentre il secondo lo etichetta come Pesce topino.

Veniamo alla morfologia: corpo affusolato, rastremato posteriormente a punta alla estremità codale, ricoperto di squame piccole, ruvide al tatto e dotate di spine acute; nella parte compresa tra le due pinne ventrali vi è un organo luminoso. la linea laterale abbastanza visibile segue il profilo del dorso ed è quindi quasi rettilinea. la testa è grande e ricoperta da placche ossee e da squame spinose. il muso acuto e prominente termina con un lobo spinoso (questa acuzie cefalica fa appartenere questi pesci ai “centrini”, dal greco kentros, da cui deriva il nostro “centra”, che sta per chiodo!). Gli occhi sono grandi e prominenti, con diametro orizzontale ampio: le aperture nasali sono una anteriore all'orbita e una posteriore ed ovaliforme. la bocca è piccola: la mandibola ha un barbiglio inferiore, si incassa completamente nella mascella superiore che è protattile; i denti sono impiantati a fascia e sono piccoli e ganciuti; il palato è relativamente liscio. Le pinne dorsali sono due, una dopo l'altra; la seconda termina all'estremità posteriore del corpo, dove termina anche la pinna anale. il colore del dorso è grigio-cenere, i lati argentei e la regione ventrale nerastra; le pinne dorsali sono grigie bordate di nero. le pinne pettorali e ventrali sono nerastre. la regione branchiale è nera.

Il pesce “sciorge” vive anche nelle acque mediterranee (scarsamente nell'adriatico e nello jonio) a profondità fra i 200 e 1.000 metri; è lungo fino a 36 cm. le femmine sono mature a deporre le uova ad una taglia variabile fra i 19 e i 20 cm (la deposizione avviene fra dicembre e marzo). le uova provviste di goccioline oleose hanno la superficie concamerata in tante cellette esagonali tipo favo di api.

L'alimentazione del pesce “sciorge” è carnivora. si cattura con reti a strascico in quantità notevoli, ma non ha un mercato nonostante le sue carni siano delicate e commestibili, come afferma il prof. Risso in una sua pubblicazione del 1810. A Taranto il pesce “sciorge” viene etichettato anche come “puerche” e “cipodde”.

Veniamo ora alla descrizione delle proprietà dell'olio di “Pesce sciorge”: come tutti gli olii di pesce è ricco di acido gadoleico che ha una funzione plastica (ossia di accrescimento cellulare) importante per la guarigione delle ferite, e quindi azione protettiva delle strutture anatomiche. inoltre è tipica l'azione di veicolo di vitamine (specie la vitamina d) e di sostanze antiossidanti. I grassi esercitano una azione antinfiammatoria inibendo l'azione delle citochiene e quella mitogena (azione di trasformazione cellulare = le mitosi) essendo quelli di pesce acidi grassi insaturi “omega 3”. Sarebbe opportuno ampliare queste notizie facendo eseguire, dalle strutture sanitarie di controllo, adeguati accertamenti sulle caratteristiche di questo olio “miracoloso”, e di ampia diffusione nella tarantinità e non solo fra noi. In attesa che studiosi dei lipidi approfondiscano le nostre conoscenze dobbiamo riconoscere che anche un nostro amico muratore esperto ricorre spesso all'olio di pesce sciorge per sanare le sue ferite in luogo dei presidi terapeutici “moderni”. Alle fortune dell'olio di sorcio siamo legati non solo come cataldiani, ma anche per legami di tradizione alla nostra medicina popolare, che merita di essere sempre ricordata.

di ANTONIO DI COMITE

© "Corriere del Giorno":http://www.corgiorno.it/


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