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Gli ecosistemi acquatici

L'ambiente acquatico comprende due grandi categorie fondamentali: gli ambienti marini e gli ambienti delle acque continentali (in massima parte acque dolci). In un ecosistema c'è una stretta interdipendenza tra i fattori fisici e quelli biologici: gli uni condizionano gli altri. Nel caso dei mari e degli oceani questa interdipendenza si caratterizza per una predominanza dei fattori fisici: i moti delle acque (onde, maree, correnti), le loro caratteristiche saline e alcaline, la loro pressione, insieme con la luce e la temperatura condizionano fortemente le specie viventi dell'ecosistema (le quali a loro volta influiscono su elementi fisici quali i sedimenti nei fondali e la presenza di gas disciolti nelle acque).
di Gianni Pavan

I primi ad ascoltare i suoni ed i rumori sotto la superficie del mare sono stati i militari, per individuare navi e sottomarini dal rumore dei loro propulsori. Ma il mare ha anche una musica più lieta, fatta di voci di animali che comunicano fra loro tessendo complessi motivi, come i canti dei maschi di Megattera (Megaptera novaeangliae) che nella stagione riproduttiva chiamano le femmine con melodiose canzoni che possono essere ascoltate anche a centinaia di chilometri di distanza.

 

Sostenibilità e sviluppo sostenibile

Osservando un acquario ci accorgiamo che le risorse del mare non sono solo pesci, ma anche innumerevoli organismi sessili che disegnano sul fondo marino una affascinante tavolozza di colori. Questo però non deve distoglierci dal conoscere a fondo lo stato di salute dei nostri mari e l’uso che l’uomo fa delle risorse marine

 

 

Il caso dell'isola di Pasqua

Le conseguenze drammatiche del sovrasfruttamento delle risorse naturali

 

Nella domenica di Pasqua (da qui il nome dell’isola) del 1772, l’olandese Jakob Roggeveen sbarcò su questa isola situata nel mezzo dell’Oceano Pacifico, a 3.600 Km dalle coste cilene. La prima cosa che Roggeveen notò, una volta aver messo piede a terra, fu la totale assenza di alberi e la presenza di una piccola popolazione indigena in precarie condizioni di salute.

 

Cos’era avvenuto quindi su quell’isola?

Quando alcuni coloni di origine polinesiana nel 900 dC si insediarono nell’isola, abbatterono i primi alberi per procurarsi il proprio spazio vitale, per la costruzione di abitazioni,  per alimentare il fuoco, costruire imbarcazioni per la pesca e per realizzare utensili vari. In seguito però vi fu un forte incremento demografico della popolazione. Si accese una forte  rivalità  tra i diversi clan che si concretizzava nella realizzazione di enormi statue di pietra chiamate “moai”. Per scolpire queste opere la pietra veniva estratta presso una cava dove venivano anche  realizzate le statue che poi venivano trasportate nel posto  dove  venivano  erette su piattaforme.

Mancando gli animali da tiro, gli abitanti dell’Isola di Pasqua usarono quindi tronchi degli alberi come una specie di rulli, sui quali facevano scivolare le statue. Per cui più statue si facevano e più alberi venivano abbattuti. Questo  portò alla completa deforestazione dell’isola. Gli abitanti si ritrovarono senza più legna da ardere e fu impossibile anche costruire navi più grandi che permettessero di abbandonare l’isola. Inoltre, la scarsità delle risorse innescò violente guerre tra i clan, e Il declino fu quindi inarrestabile. Dei 30.000 abitanti che aveva avuto l’isola, si contavano solo 111 sopravvissuti. 

La storia dell’Isola di Pasqua conferma come  il sovrasfruttamento delle risorse naturali può portare a conseguenze drammatiche, come addirittura il declino di un’intera popolazione.

 

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