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Cataldo Portacci un Tarantino Verace

Memorie di un Tarantino Verace di  Cataldo Portacci

La Fondazione Michelagnoli, che già nel 2002 aveva pubblicato l’opera postuma di  Giacinto Peluso Nei Mari di Taranto (insuperato affresco della marittimità tarentina), è ora tra gli sponsor della seconda edizione delle Memorie di un Tarantino Verace di  Cataldo Portacci.

Uomo poliedrico, provetto maestro d’ascia, ma anche fine analista della realtà sociale tarantina e  politico attivamente impegnato nel progresso della sua Città, Don Cataldo (ed il titolo di Don gli spetta per la sua dirittura morale) ci consegna intatta con le sue Memorie, giunto alla tappa dei novant’anni,  il ricordo  della sua lunga vita. 

Nelle sue pagine vediamo in trasparenza, come in un mare cristallino, la Taranto Piscatoria delle Delizie di d’Aquino e, andando più a ritroso nei secoli, quella dei pescatori immortalati negli epigrammi di Leonida. D’altronde era stato proprio il nostro grande Poeta del III sec. A.C., a tramandarci il profilo di un antenato di Don Cataldo, il falegname Leontico che aveva dedicato ad Atena i suoi attrezzi: “le lime aguzze, le veloci seghe,le squadra… e i martelli a due colpi… l'arnese che lucida,e l'ascia con il manico pesante… e i trapani che agevoli perforano,e i rapidi succhielli e questi quattro punteruoli per chiodi,e la scure a due tagli..”(A.P. VI, 205).

     Non è facile interpretare l’anima tarantina senza cadere nella retorica letteraria o nel folklore superficiale delle tradizioni popolari. Ma Don Cataldo è sfuggito a questo rischio perché quello che racconta, lui l’ha vissuto realmente. Reali sono quindi le figure di cui parla con cognizione di causa come  i nassari della Discesa Vasto di cui vogliamo darvi un assaggio tratto dalle Memorie di un Tarantino verace:

“La costruzione [delle nasse] era praticata in modo diffuso dalle donne: alcune lavoravano per il capofamiglia, altre per ricavare un utile reddito. Numerose ragazze imparavano questo mestiere attraverso l’insegnamento delle maestre nassare. Era necessario, a questo proposito, iniziare in giovane età l’arte di intrecciare i giunchi. Era importante saper maneggiare la “a’cucedde” (spoletta-ago di legno o di metallo), nella quale era avvolto un filo di cotone ritorto, detto “a’frese”, utile a fissare negli incroci gli steli.(…).

All’epoca le case di questi pescatori erano dei veri e propri piccoli cantieri aperti tutti i giorni dell’anno! (…). Durante i mesi invernali, quando questa pesca era praticamente sospesa, alcuni pescatori si dedicavano alla pesca dei frutti di mare, con il caratteristico attrezzo di ferro con l’asta, detta “à vrangruzze”. La stagione della pesca con la nasse iniziava a primavera, con la cattura delle seppie e ai gobioni. L’esca utile per catturare i gobioni erano le cozze macerate, mentre per le seppie questa era costituita da granchi o dalla seppia femmina”.

     Se ce ne fosse bisogno, questo passo dimostra quanto Don Cataldo sappia e possa dire sulle tradizioni marittime tarantine, compresi i segreti della sua arte di maestro d’ascia di barche. Le Memorie di un Tarantino Verace, sono perciò un contributo non definitivo alla conoscenza di tali tradizioni.

    La Fondazione Michelagnoli ritiene infatti – e si impegna a proporlo - che Don Cataldo possa collaborare alla redazione di un progetto di Museo della Marineria Tarantina da  allestire in un’idonea sede. Su dove farlo c’è l’imbarazzo della scelta. Certo, una delle ex Officine dell’Arsenale Militare destinate alla valorizzazione storico-culturale sarebbe la soluzione più idonea. Non foss’altro perché lo strumento per  realizzazione  esiste già ed è la legge 20/2015 che ha istituito il Contratto per lo Sviluppo di Taranto (CIS) in applicazione di una norma specificatamente dedicata alla valorizzazione storico-culturale delle parti dell’Arsenale Militare non più necessario ad usi produttivi.

  La Fondazione si è già impegnata ad analizzare le opportunità offerte dalla nuova legislazione in un Convegno i cui Atti sono già stati pubblicati. Se perdurasse tuttavia l’attuale situazione di stallo sul futuro del nostro glorioso Arsenale, si potrebbe pensare ad altro. Magari ai fabbricati dismessi dalla Marina alla Stazione Torpediniere, dov’è ormeggiato quell’Incrociatore Vittorio Veneto per la cui musealizzazione si battono sia la Fondazione che lo stesso Don Cataldo.

     Oppure (perché no?) nella SVATM dell’Aeronautica Militare al Pizzone, splendida location con affaccio mozzafiato sul Mar Piccolo che offre varie opportunità turistico-culturali in sue strutture da qualche tempo già aperte, grazie alla lungimiranza dell’Aeronautica, alle visite della cittadinanza.

   Insomma, caro Don Cataldo, non è ancora arrivato il momento per Te, dopo la pubblicazione della nuova edizione delle Memorie, di tirare i remi in barca: tutti i tuoi Amici, la Fondazione Michelagnoli e la Città ti chiedono infatti di continuare a naucare (vogare) nell’eterna recatta (regata) della Tua vita. 

 

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