Text Size
Home Ambiente marino Ambiente marino Uso sostenibile delle risorse marine

Uso sostenibile delle risorse marine

Overfishing Overfishing

 

 

L’uso sostenibile  delle risorse marine ci richiama a  una profonda riflessione sul valore delle risorse naturali e dell’ ecosistema marino e sulla ricchezza della biodiversita’ come bene comune. Il mare è infatti un patrimonio di tutti e non “res nullius” come dicevano gli antichi, per cui tutti dobbiamo averne cura. 

Uno studio dell’UNESCO evidenzia che tra il 1961 e il 2008, a causa della crescita della popolazione e della tendenza al consumo, la domanda di risorse e di servizi ecologici nella regione mediterranea è triplicata. 

Una risorsa è qualunque bene esistente in natura utilizzabile dall’uomo, come ad esempio, l’acqua, l’aria, il suolo, la vegetazione ecc.  e dal 2008 la possibilità degli ecosistemi di fornire risorse e servizi utili per gli esseri umani è stata superata più del 150 %. Ciò vuol dire che consumiamo più di una volta e mezzo di quanto disponiamo in termini di risorse naturali.

Ma già negli anni '60, con la formazione delle prime Associazioni ambientaliste, c’era stata una presa di coscienza del fatto che l'utilizzo umano delle risorse naturali stava raggiungendo il limite e che questa tendenza, piuttosto che diminuire, stava raggiungendo un livello di allarme.

Si avviò allora il dibattito sulla questione ambientale, in particolare sul rapporto tra economia e ambiente per  rivedere, limitare ed equilibrare i modelli di sviluppo. 

In quegli anni prendeva piede un nuovo concetto di ambiente che veniva esteso ad includere l’uomo perché “l’Uomo appartiene alla Natura” e quelle attività dell’Uomo che danneggiano la Natura danneggiano l’Uomo stesso. Il limite dello sviluppo dell’uomo è costituito dallo stato ecologico e quindi qualsiasi attività umana deve essere equilibrata tra lo sfruttamento economico e l’impatto ecologico che essa produce. Insomma occorre sfruttare le risorse naturali senza intaccare la sua naturale capacità di rigenerarsi, perché lo sfruttamento delle risorse oltre tale soglia può essere un processo irreversibile. La risorsa viene deteriorata e, al limite, distrutta, come testimonia ad esempio quello che avvenne nell isola di Pasqua 

La coscienza dei limiti dello sviluppo aprì perciò negli anni ‘80 la strada ad un profondo dibattito dal quale prese l’avvio il concetto di “Sostenibilità” e di  “Sviluppo Sostenibile”. 

Nel 1987 la Commissione mondiale delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo  la Commissione Brundtland) nel Rapporto Our Common Future dava una definizione dello sviluppo sostenibile che è “lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”. 

Le generazioni future hanno gli stessi diritti della generazione attuale e ciò che lasciamo in eredità alle generazioni di domani è nelle nostre mani.  

Quella dello Sviluppo sostenibile è un'ottica di lungo periodo che pone immediatamente l'attenzione sulle modalità di utilizzo delle risorse, perché solo attraverso un'oculata gestione delle risorse attuali è possibile garantire alle generazioni future la possibilità di soddisfare i propri bisogni. 

E’ quindi necessario conservare e trasmettere alle generazioni future almeno quelle  risorse naturali di cui dispone l'attuale generazione e da cui consegue il livello di benessere.

Il concetto di sviluppo sostenibile è da anni presente nelle agende di Stati e organizzazioni internazionali, ed è sostenuto dalle numerose conferenze sull’ambiente che continuano a tenersi nel corso degli anni. 

Nel 1992 la Conferenza delle Nazioni Unite tenutasi a Rio de Janeiro  riconosce che operare verso lo sviluppo sostenibile è principale responsabilità dei Governi e richiede strategie, politiche, piani a livello nazionale. La Conferenza propone l’Agenda 21,  un programma di azioni indicato per invertire l’impatto negativo delle attività antropiche sull’ambiente e richiama in modo pragmatico la necessità di tutelare gli ecosistemi e promuovere lo sviluppo sociale ed economico.

Lo sviluppo sostenibile assume quindi le caratteristiche di concetto integrato, che impone di coniugare le tre dimensioni fondamentali e inscindibili di Ambiente, Economia e Società, dato che risulta evidente come l’azione ambientale da sola non possa esaurire la sfida.  Quindi, il perseguimento dello sviluppo sostenibile dipende dalla capacità di garantire una interconnessione completa tra economia, società e ambiente che non devono essere considerati come elementi indipendenti, ma integrati.

Partendo dalla sostenibilità ambientale, che è una visione tutta centrata sugli aspetti ecologici, il concetto di sostenibilità è approdato verso un significato più globale che tiene conto, oltre che della dimensione ambientale, di quella economica e di quella sociale.  Oggi quindi al concetto di sostenibilità ambientale si è aggiunto il concetto di sostenibilità economica e di sostenibilità sociale e dalla loro interconnessione nasce lo sviluppo sostenibile.

Ma che cosa è precisamente la sostenibilità?

La sostenibilità è la caratteristica di un processo o di uno stato che può essere mantenuto ad un certo livello indefinitamente e per raggiungere la sostenibilità fattori chiave sono l’istruzione, la formazione e la conoscenza.

Per sostenibilità ambientale si intende la capacità di preservare nel tempo le tre principali funzioni degli ecosistemi: fonte di risorse naturali, contenitore e ricettore di rifiuti e di inquinanti e la funzione di fonte di mantenimento della vita

Per perseguire la sostenibilità ambientale:

le risorse rinnovabili non devono essere sfruttate oltre la loro naturale capacità di rigenerazione

lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili deve prevedere lo sviluppo di risorse sostitutive ottenibili attraverso il progresso tecnologico

la produzione dei rifiuti ed il loro rilascio nell'ambiente deve essere inferiore alla capacità di assimilazione da parte dell'ambiente stesso

Per sostenibilità economica si intende la capacità di un sistema economico di generare una crescita duratura e in particolare, la capacità di generare reddito e lavoro per il sostentamento delle popolazioni

Per sostenibilità sociale si intende la capacità di garantire condizioni di benessere umano (sicurezza, salute, istruzione) equamente distribuite

Volendo rappresentare le interconnessioni tra Sostenibilità Ambientale, sociale ed economica, sarebbe preferibile rappresentare la sostenibilità dello sviluppo in tre cerchi concentrici evidenziando come l’economia esiste all’interno di una società ed entrambe esistono nell’ambiente.

Tuttavia lo sviluppo sostenibile viene generalmente rappresentato come l'intersezione di tre insiemi rappresentanti gli obiettivi di sviluppo economico, sociale ed ambientale. Tale concetto si configura come l’intersezione tra vivibilità, crescita, equità sociale e tutela della natura.

Nel caso in cui le scelte di pianificazione privilegino solo una o due delle sue dimensioni non si verifica uno sviluppo sostenibile ma uno sviluppo in un'ottica conservazionista, ecologista oppure meramente socio-economica. La tutela ambientale non impedisce lo sviluppo economico e sociale delle collettività. 

 

 

 

Le risorse marine 

 

Un uso sostenibile delle risorse del mare  si ha quando il prelievo e lo sfruttamento delle sue risorse avviene ad un ritmo tale che esse possano rigenerarsi naturalmente

L’uso dell’ambiente marino viene mantenuto ad un livello sostenibile per gli impieghi delle generazioni presenti e future, se l’ecosistema è in grado di mantenere nel tempo i processi ecologici, la sua biodiversità e produttività.

Le risorse che il mare offre sono numerose e vanno dalla pesca, al trasporto, al turismo, alla produzione di energia mediante attività estrattive sulle piattaforme offshore, o allo sfruttamento della energia rinnovabile fornita dalle correnti marine, dal moto ondoso o dal gradiente termico tra superficie e fondali.

Ma ormai da alcuni decenni gli ecosistemi e gli habitat costieri subiscono l’influsso crescente di uno sviluppo urbano incontrollato, del turismo, dell’industria e di una attività di pesca non sempre adeguatamente regolamentata. 

Nel corso dei secoli la popolazione costiera è cresciuta e, insieme ad essa, sono cresciuti gli effetti di tale sviluppo sugli ecosistemi marini.

Ricordiamo che più della metà della popolazione mondiale vive entro una fascia costiera larga 60km. In particolare nella fascia costiera italiana, che è estesa per ben 7.500 Km, c'è una densità di popolazione che è di 397 ab/kmq a fronte della media nazionale che è di 187 ab/kmq. 

La pressione delle attività antropiche che grava sulle risorse marine è costituita da

l’attività di pesca

la pesca a strascico e la pesca illegale

l’inquinamento antropico 

di tipo chimico dovuto a

scarichi urbani e industriali (apporto di sostanze nutrienti, metalli, rifiuti) 

scarichi da attività agricola (pesticidi)

di tipo fisico (emissione di onde sonore connesse con il trasporto marittimo o l’esplorazione geologica),

di tipo biologico  (diffusione di specie aliene per acquacoltura, acque di zavorra, fouling)

altre forme di inquinamento (traffico marittimo, attività di estrazione, sversamenti accidentali

le alterazioni  della costa (porti, condotte, piattaforme offshore, opere di difesa costiera)

i cambiamenti climatici ( diffusione di specie aliene, meridionalizzazione)

 

L’attività di pesca

Le risorse della pesca sono risorse rinnovabili in grado cioè di mantenere la propria consistenza nel tempo, ma sono però anche esauribili, se il tasso di prelievo non rispetta la loro capacità di rinnovarsi e se si evita l’overfishing, cioè la sovra pesca che porta al depauperamento della risorsa ittica.

L’attività di pesca è però in grado di modificare l’ambiente marino non solo in quanto riduzione delle popolazioni di interesse commerciale, ma anche per l’impatto sulle specie accessorie e sull’ambiente bentonico, dovuto principalmente alla pesca a strascico. 

Nell’ultimo secolo, l’attività di pesca da artigianale si è rapidamente trasformata in un’attività industriale.

Le tecnologie avanzate che agevolano le attività di pesca (come ad esempio i sonar a scansione a 360 gradi che forniscono un rilevamento affidabile dei banchi di pesce su brevi e lunghe portate) hanno determinato la riduzione o talvolta la scomparsa dei grandi predatori. L'utilizzazione del sonar nella ricerca di grandi branchi di pesce pelagico, viene impiegata anche dai giapponesi che pescano il tonno con questo metodo, ingabbiandolo in gabbie sommerse che trascinano per tutto il periodo della pesca, alimentando il tonno con pesce scongelato e inquinando l'ambiente marino.

La scomparsa dei grandi predatori in diverse parti dei nostri mari sta determinando un cambiamento della struttura delle popolazioni che oggi presentano una dominanza di piccole taglie, una diminuzione della fecondità e della capacità di ripopolamento.

Stiamo passando da un oceano dominato dai predatori ad uno dominato da piccoli organismi

le meduse sono voraci predatori e colpiscono la catena alimentare sottraendo plankton che sarebbe altrimenti mangiato dai pesci  e la loro  proliferazione è dovuta alla costante riduzione dei predatori che si cibano di questa specie, come il tonno e il pesce spada. Una riduzione, appunto, imputabile alla pesca selvaggia.

 

Per salvaguardare la quantità di pescato disponibile (gli stock ittici) oggi vengono adottate opportune misure di gestione che prevedono:

- una quota massima (TAC) prelevabile ad es., per anno. Nel Mediterraneo viene applicato per la pesca del tonno. in Italia per la pesca dei molluschi bivalvi.

- regolamentazione degli attrezzi da pesca: norme per limitare soprattutto la cattura dei giovanili o di specie protette. Sono pertanto stabilite le dimensioni minime delle maglie delle reti, vietate

reti quali le spadare per il pesce spada, ecc.

- riduzione della capacità di pesca, ovvero del numero e potenza delle imbarcazioni. Nel nostro

paese questa misura è applicata non concedendo più nuove licenze di pesca per determinati

mestieri (p.e. pesca a strascico).

- riduzione dello sforzo di pesca, (l’intensità dell’attività si pesca) cioè riduzione delle ore o delle giornate in cui è possibile pescare con un determinato attrezzo.

- taglia minima pescabile

-fermo di pesca o riposo biologico (divieto di pesca nel periodo estivo - autunnale dell’attività di pesca a strascico). Con questo sistema si intende aspettare che  i nuovi nati arrivino alla maturità sessuale e si riproducano. 

La Fao nel 1995 aveva redatto “Il Codice di condotta per la pesca responsabile” per impedire, scoraggiare ed eliminare la pesca illegale e nel 2012 sono state approvate le “Linee guida volontarie per il comportamento degli Stati di bandiera” (Voluntary Guidelines for Flag State Performance), che puntano a ridurre la pesca illegale rendendo maggiormente responsabili  i Paesi di bandiera (paesi che registrano i pescherecci e li autorizzano a battere la loro bandiera).

 

La pesca a strascico contribuisce all’aumento della perdita di habitat fondamentali (come la posidonia), indispensabili per la riproduzione, il rifugio e il nutrimento delle specie animali e vegetali del mediterraneo.

Poi c’è la pesca illegale che va dall'opera vandalica dei pescatori di frodo, i cosidetti bombaroli,

 a quella dei pescatori dei datteri di mare, a quella della pesca con le reti pelagiche derivanti che continuano tuttora ad essere usate per la pesca di tonni e pesce spada pur essendo state messe al bando dal primo gennaio del 2002.

Il dattero vive in gallerie scavate all'interno delle rocce calcaree e c'è un solo modo per raccoglierlo: demolire lo strato di roccia più superficiale. Ciò comporta la distruzione di tutta la vita sulla roccia, perché tutti gli animali e le alghe che la popolano vengono rimossi. 

4 porzioni di datteri di mare rappresentano 1mq di roccia desertificata; ogni anno perdiamo così ben 12 km di costa e si impoverisce l'ecosistema che diviene in generale meno produttivo

Con le reti illegali oltre l’80% di specie ittiche accessorie e migliaia di cetacei, di uccelli marini e tartarughe,vengono catturati.

L’inquinamento rappresenta una tra le principali fonti d’impatto sull’ambiente marino. 

Inquinamento è la modificazione dell’ambiente marino, con alterazione dei suoi parametri fisico-chimici e dei popolamenti animali e vegetali, causata dall’uomo mediante azione diretta o indiretta sulle acque, sulle coste e sui fondali.

Esistono anche numerose condizioni in cui i parametri ambientali vengono a modificarsi creando condizioni ostili o impossibili per la vita, ma si tratta di condizioni “naturali”  che in quanto tali non possono essere chiamate inquinamento. 

Una riduzione della qualità delle acque marine è riconducibile agli apporti provenienti dalle attività umane che si svolgono a terra, attraverso le acque reflue domestiche, urbane e industriali, le acque derivanti da attività agricole, oppure attraverso le emissioni atmosferiche, oppure dai rifiuti, quali manufatti o materiali solidi a lenta degradazione, che vengono abbandonati nell’ambiente marino.

Un gran numero di sostanze tossiche può essere immesso dall’uomo nell’ambiente marino, come ad esempio  i metalli  che si trovano in grandi quantità negli scarichi urbani e in quelli industriali e dell’agricoltura e i pesticidi.

Una prima importante suddivisione di queste sostanze è quella di come loro sono assimilate dagli organismi viventi. Si parla quindi di sostanze che si accumulano nel passaggio da un livello trofico ad un altro e continuano a concentrarsi nei tessuti e sostanze che non si accumulano perchè sono metabolizzate e quindi non si concentrano. E’ evidente che le sostanze tossiche che si accumulano possono essere molto pericolose poiché possono aumentare progressivamente la loro concentrazione nel passaggio verso i livelli trofici più elevati. Questo può avvenire ad esempio con alcuni metalli e con i pesticidi.

Sebbene siano noti gli effetti tossici sull’uomo non altrettanto sono conosciuti gli effetti sugli organismi marini. Mercurio, Piombo, Cadmio, Zinco, Rame sono tra i più importanti tra

i metalli tossici e tutti sono in grado di accumularsi ed avere effetti tossici se ingeriti dall’uomo.

Il Mercurio è il più noto di questi metalli e  se assimilato può  causare gravi danni al sistema nervoso. Nel caso di consumo di pesce che può contenere mercurio, è  famoso l’esempio della baia di Minamata in Giappone, in cui scaricavano alcune industrie e contemporaneamente lavorava una comunità di pescatori. Molti si ammalarono accusando casi di cecità per il consumo regolare che facevano del pesce della baia.

Tra gli organismi a maggior concentrazione di mercurio sono sicuramente, anche in Mediterraneo, i grandi pelagici carnivori e a ciclo biologico molto lungo.

Anche del Piombo è ben conosciuta la tossicità. Era usato dai Romani per le tubature e il vasellame e alcuni ritengono che l’intossicazione cronica conseguente (saturnismo) abbia influito nel declino dell’impero.

Oggi è comune in molti processi industriali in quanto presente come additivo dei carburanti, nelle batterie, nelle vernici. E’ trovato in quantità importanti in mare nelle vicinanze di estuari e

sedimenti marini adiacenti aree urbane. Anche questo metallo ha una importante azione tossica sul sistema nervoso.

I pesticidi includono una vasta categoria di sostanze usate per uccidere gli insetti che sono poi

dilavate e concentrate nell’ambiente marino. E’ interessante descrivere in

breve il ruolo che ha avuto il più noto, anche se attualmente vietato, tra i pesticidi: il DDT

All’inizio del secolo scorso, il DDT è stato impiegato largamente per eliminare le zanzare portatrici di malaria. Negli anni 60 però si avevano morie di uccelli marini e nei loro tessuti si osservavano grandi concentrazioni di DDT. Questo è il motivo per cui è stato vietato il suo uso, ma nonostante ciò dopo decenni di assenza di uso è ancora possibile osservare concentrazioni di questa sostanza anche in regioni estreme come quelle polari.

Anche i PCB (policlorobifenili) sono state sostanze ampiamente usate nell’industria elettrica, delle plastiche e delle vernici. Sono state vietate negli anni 70 a seguito della comprensione della loro tossicità e dell’accumulo nell’ambiente marino con un tempo di eliminazione, dalle catene

alimentari, molto lento. Per questo motivo, alcuni tratti di mare in cui versavano effluenti industriali con elevate concentrazione di tali sostanze, sono stati interdetti alla pesca per lunghissimi periodi.

Tra i problemi più rilevanti vi è anche l’eccessivo apporto di sostanze nutrienti e il deposito di contaminanti nei sedimenti.

Gli effetti di questo aumento di nutrienti, come il Fosforo e L’Azoto, sono quelli conosciuti col termine eutrofizzazione in grado di causare incremento della crescita algale con  imponenti fioriture nelle aree più chiuse e fino a vere e proprie crisi distrofiche, con cadute di ossigeno e moria di organismi. 

Oltre a  forme di inquinamento di tipo chimico esistono anche forme di inquinamento di tipo fisico, dovuto al rilascio di masse d’acqua a temperatura diversa da quella delle acque marine o anche alla emissione di onde sonore connesse, ad esempio, con il trasporto marittimo o l’esplorazione geologica.

Il rilascio di anidride carbonica nell’atmosfera rappresenta un‘ulteriore fonte di alterazione delle caratteristiche dell’ambiente marino, portando ad un progressivo innalzamento del grado di acidità dell’acqua; questo fenomeno può indurre una modifica nei processi di calcificazione degli organismi marini con conseguenze dirette su plancton, i molluschi, i crostacei ed altri. 

Altre forme d’inquinamento derivano, invece, da attività che si svolgono a mare quali il traffico marittimo le attività di estrazione (es. gas e petrolio), gli sversamenti accidentali di sostanze (idrocarburi petroliferi o sostanze tossico-nocive). 

Non è facile stabilire la quantità di idrocarburi che si perde ogni anno in mare, tuttavia le stime di tali perdite sembra che si aggirino su una media di 4 milioni di tonnellate l'anno per tutto il pianeta e di 600.000 tonnellate per il solo Mediterraneo. E nonostante i diversi interventi preventivi la tendenza è ad aumentare perché aumenta il traffico marittimo che dalle principali aree di produzione del greggio (Medio Oriente), conduce ai paesi importatori di petrolio come l'America, l'Europa, il Giappone e l'Australia.

Il Mediterraneo raccoglie un quarto del traffico marittimo di petrolio globale e nelle sue acque negli ultimi 25 anni si è verificato quasi il 10% degli incidenti petroliferi mondiali.

Le vie di inquinamento da petrolio, attraverso le quali gli idrocarburi raggiungono il mare, sono le più svariate e il loro indicativo apporto percentuale è riportato nel diagramma. 

Secondo le stime dell'IMO (International Maritime Organization), un consistente apporto di inquinamento da petrolio, stimato al 37%, è quello che proviene da  scarichi urbani e industriali, sistematici o accidentali, e perdite da raffinerie, oleodotti, depositi.

Gli incidenti che si verificano alle petroliere, a causa di collisioni, incendi a bordo, usura delle strutture e altro, contribuiscono all'inquinamento petrolifero annuo con una percentuale del 12%.

Al 12% dovuto agli incidenti nel trasporto marittimo, si aggiunge il 33% relativo ad attività operative di tutte le categorie di navi mercantili e cioè ad operazioni di carico e scarico, lavaggio, scarico di acque di zavorra e di sentina o perdite sistematiche.

Inoltre le ricadute atmosferiche di idrocarburi evaporati o parzialmente incombusti danno un apporto del 9%; sorgenti sottomarine rilasciano per trasudamento naturale un apporto del 7% e le attività di perforazione e produzione di petrolio dal fondo marino contribuiscono per il  2%. 

Tuttavia quel 12%, dovuto al trasporto marittimo, provoca gravi danni perché è un inquinamento acuto, localizzato, con effetti diretti dovuti all'alta concentrazione di soluzioni tossiche, mentre il resto è un inquinamento sistematico, cronico e generalizzato con effetti indiretti dovuti alla persistenza a bassa concentrazione di sostanze nocive, e che comunque possono portare a un lento degrado, a volte irreversibile, dell'ambiente marino.

Le alterazioni della costa determinate dalla realizzazione di un crescente numero di infrastrutture (porti, condotte, piattaforme offshore, opere di difesa costiera),

 Dall’inizio della rivoluzione industriale l’acidità degli oceani è aumentata del 30%.

Anche  i cambiamenti climatici hanno un’importante influenza sull’ecosistema marino. 

La variazione della temperatura dell’acqua può favorire l’insediamento e la diffusione di specie non indigene che meglio si adattano alle mutate condizioni climatiche o talora far aumentare il rischio di estinzione di alcune specie animali e vegetali, indotta dalla intolleranza a periodi relativamente lunghi con temperature dell’acqua diverse da quelle in cui tale specie sono adattate a vivere.

I cambiamenti climatici, unitamente al degrado degli ecosistemi che li rende più vulnerabili a fattori di perturbazione esterni, stanno determinando negli anni recenti dei cambiamenti importanti nella fauna e flora del Mediterraneo. Nel corso degli ultimi decenni, ad esempio, si sono moltiplicate le segnalazioni di specie esotiche in Mediterraneo che in taluni casi sono andate incontro ad una stabilizzazione, caratterizzata cioè da popolazioni in grado di autosostenersi. L’introduzione o la diffusione di specie aliene possono alterare gli equilibri ecologici e la rete trofica e costituire nel caso delle specie invasive una diretta minaccia per gli habitat e le altre specie, nonché la salute umana. Le cause principali per tali introduzioni sono essenzialmente da imputarsi, sia in modo diretto sia indiretto, ad attività antropiche. Tra i principali fattori d’introduzione di specie non indigene è da considerarsi l’apertura del canale di Suez; altri importanti vettori d’introduzione sono il trasporto marittimo (organismi presenti

nelle acque di zavorra delle navi o adesi agli scafi) e l’acquacoltura. In generale si parla di un fenomeno di tropicalizzazione del Mediterraneo, poiché la maggior parte delle specie in ingresso sia dal canale di Suez sia, in misura minore, attraverso lo stretto di Gibilterra, sono termofile ad affinità tropicale, ma più in generale nel nostro mare si tende ad osservare un fenomeno di meridionalizzazione, ove in virtù di un innalzamento della temperatura si assiste ad un ampliamento verso nord dell’areale di distribuzione di specie precedentemente limitate alle coste meridionali.

 

Una strategia per l’uso sostenibile delle risorse marine: l’approccio ecosistemico

Nel corso di questi ultimi decenni è emersa la consapevolezza che “le pressioni sulle risorse marine naturali sono spesso troppo elevate e che occorre proteggere e salvaguardare l’ambiente marino, che costituisce un patrimonio prezioso, mettendo in atto una strategia per l’ambiente marino che sia coordinata, coerente e ben integrata, per assicurare acque marine pulite sane e produttive e consentire un uso sostenibile delle risorse”.

La strategia è quella definita come approccio ecosistemico  che è “una strategia per la gestione integrata delle risorse che promuove la conservazione e l’uso sostenibile in modo giusto ed equo”. L'approccio ecosistemico è una metodologia generale che prevede la comunità umana come parte integrante degli ecosistemi e dei meccanismi che li regolano e non come "elemento disturbatore" dell'equilibrio naturale. 

Storicamente l’approccio alla conservazione della natura è stato inteso come conservazione di singole specie o aree di particolare interesse. Questo approccio non tiene conto del fatto che la conservazione di un singolo elemento (ad esempio, di una specie) è destinata a fallire con la modifica delle situazioni di contorno che ne permettono la sopravvivenza, cioè delle relazioni esistenti tra le componenti di un ecosistema di cui l’uomo è parte integrante. Così la gestione delle risorse del mare è vista come un processo integrato non solo dal punto di vista ambientale ma anche da quello sociale.

L'approccio ecosistemico può essere sintetizzato in pochi punti salienti.

Le comunità che vivono in un'area sono responsabili della biodiversità che li circonda. Così aumenta la conoscenza dell’ambiente, l’interesse al mantenimento e il coinvolgimento nel processo decisionale 

La sostenibilità si regge su tre pilastri: ambientale, economico e socio-culturale. Per garantire che la gestione di una risorsa sia durevole, tutti e tre gli ambiti devono essere rispettati, infatti nessuna attività potrebbe svolgersi se: a) crea un danno ambientale tale da compromettere lo sfruttamento della risorsa in futuro; b) i costi totali dell'attività di sfruttamento sono maggiori dei ricavi c) l'impatto nella struttura sociale e culturale delle comunità locali è negativo.

Per gestire un ambiente bisogna unire le conoscenze scientifiche e quelle tradizionali. Spesso le conoscenze ed i sistemi tradizionali sono il frutto di secoli di convivenza fra uomo ed ambiente

 

Il fine ultimo è di mantenere la biodiversità perché il mantenimento  di una elevata biodiversità rende i sistemi resilienti, cioè in grado di assorbire le perturbazioni sia naturali che determinate dall’uomo impedendo una diminuzione delle funzioni dell’ecosistema e la perdita di beni e servizi forniti dall’ambiente.

Le Aree Marine Protette (AMP) rappresentano un importante strumento per garantire una conservazione a lungo termine della natura e dei servizi ecosistemici. Esse sono spazi geografici chiaramente definiti, conosciuti e gestiti attraverso leggi e mezzi efficaci.

In Italia sono state istituite 27 AMP oltre a 2 parchi sommersi che tutelano complessivamente circa 222mila ettari di mare e circa 700 chilometri di costa. È importante rilevare che le Aree Marine Protette non possono risolvere da sole i problemi legati all’inquinamento, al cambiamento globale del clima e al sovrasfruttamento delle risorse all’esterno dei loro confini. Congiuntamente devono operare  altri strumenti di gestione che prevedano ad esempio la regolamentazione dello sforzo della pesca, la limitazione delle emissioni di composti nocivi o efficaci programmi di recupero ambientale.

Accanto alle strategie ci sono infine le misure di prevenzione e di intervento per il controllo e la riduzione dei fenomeni di inquinamento attuate dalle Capitanerie di Porto che  vigilano sulle attività marittime di sfruttamento delle risorse, sulla razionalizzazione delle attività di pesca, sul trasporto via mare dei prodotti petroliferi e di sostanze tossiche nocive e verificano che l'uso delle risorse del territorio marino costiero sia compatibile con la tutela degli ecosistemi.

Al di là di ogni strategia ci deve essere però una cultura del mare che porti all’adozione di comportamenti di consumo “critico” e “responsabile” di queste risorse, avendo cura del loro sviluppo sostenibile a favore delle generazioni future.

 

 

 

 

 

 

 

Cerca nel sito

Musealizzazione Nave Vittorio Veneto

Scienza Arte Mare

Editoria

Flora e Fauna dei Mari Italiani

In costruzione

Il relitto l'ambiente marino e il turismo subacqueo

Visitors Counter

2879515
TodayToday2924
YesterdayYesterday5605
This_WeekThis_Week19688
This_MonthThis_Month100000
All_DaysAll_Days2879515
Highest 08-20-2019 : 5619